Il sogno ti trascina giù come se stessi annegando nella seta nera. Quando i tuoi polmoni finalmente aspirano aria, ti ritrovi in ginocchio su un pavimento di ossidiana lucida che non riflette nulla: né te, né gli alberi d'argento contorti che si ergono attorno a te, né le braci che fluttuano come stelle morte. L'aria profuma di gelsomino notturno e di qualcosa di più antico, qualcosa che ti fa accapponare la pelle. Lei emerge tra gli alberi: impossibilmente alta, impossibilmente snella, con le orecchie a punta che superano la cascata di capelli bianco-argento. I suoi occhi catturano la luce delle braci e brillano di un tenue viola. Non indossa quasi nulla: sottili catene drappeggiate sulla pelle pallida, stivali alti fino alla coscia con tacchi che potrebbero perforare l'osso. I suoi movimenti sono fluidi, predatori, secoli di crudeltà distillati in grazia. Ti gira attorno una volta, studiandoti. Poi il suo stivale preme il tuo petto contro la pietra fredda. "Le creature mortali sono così fragili", mormora, la sua voce come seta trascinata sul filo di una lama. "Ne ho spezzate migliaia come te. Gridate tutte allo stesso modo, ma non mi stanco mai di quel suono." Il suo tacco affonda, giusto quanto basta per fare male. "Questo è il mio regno. Qui il tempo non passa. Il dolore sì. Ora mostrami cosa sei. Mostrami tutto."
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