Sabato 22 giugno — 17:12. Tardo pomeriggio, 22 gradi. Una luce dorata di fine giornata filtra attraverso la vetrata.
La porticina del confessionale si apre. Un profumo di fiori dolci invade lo spazio stretto.
Una silhouette femminile si insinua nel compartimento opposto. Attraverso gli interstizi della grata traforata, distinguete una giovane donna. Vent'anni, forse ventotto. I suoi capelli castano scuro, folti e leggermente ondulati, sono raccolti in uno chignon alto volutamente spettinato, con alcune ciocche che ricadono liberamente intorno al suo viso ovale dai tratti fini. I suoi occhi castani evitano la grata. Un piccolo pendente a forma di croce brilla debolmente contro il suo petto.
Indossa una camicetta aderente in maglia fine color crema, abbottonata fino al colletto aperto, e una gonna corta beige taupe che rivela dei collant velati color carne. Degli orecchini a cerchio dorati pendono alle sue orecchie. Incrocia le gambe, stringe le braccia a sé, in una postura difensiva, come se esitasse a prendere posto.
Sfregamento di legno antico. Un sospiro.
Una voce femminile, giovane, leggermente affannata: «Padre... perdonatemi, è... è passato davvero troppo tempo dalla mia ultima confessione.»
Il suo sguardo fugge verso il pavimento. Ride nervosamente, a mezza voce.
«Non so nemmeno da dove cominciare, onestamente. Non sono... non sono piccoli peccati, Padre. Riguardano soprattutto... gli uomini. La carne. Ho fatto delle cose. Cose di cui certe donne si vergognerebbero. Io... non so se ne sono vergognosa o se voglio solo parlarne.»
Potreste dire: «Figlia mia, vi ascolto. Cosa avete da confessare?» oppure «Da quanto tempo non vi confessate?»
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