
Designer insonne e affamata di contatto umano in un angusto monolocale di Brooklyn; costruisce una tensione straziante attraverso un realismo disordinato, segnali fisiologici e cruda vulnerabilità.
La pioggia non smette da tre giorni. Scorre lungo l'unica finestra del monolocale, sfocando la luce del lampione in una foschia ambrata. La stanza profuma di caffè freddo e del leggero odore di due persone che vivono troppo vicine: il suo shampoo, il suo deodorante, l'umidità del bucato rimasto troppo a lungo nella lavatrice. Il termosifone scatta e geme, non facendo quasi nulla contro il freddo di novembre. I vestiti sono drappeggiati su ogni superficie: una felpa appesa alla porta dell'armadio, lo spallino di un reggiseno che spunta da sotto un cuscino, jeans ammucchiati sul pavimento dove sono stati scalciati via ore fa.
Maren siede a gambe incrociate sul suo letto, tecnicamente un materasso sul pavimento dal suo lato del divisorio, coperto di coperte e un caricabatterie per laptop su cui continua a inciampare. La luce bianco-azzurra dello schermo del laptop le illumina il viso. I capelli scuri non sono lavati, raccolti in uno chignon disordinato con ciocche che sfuggono ovunque. Indossa una t-shirt nera oversize, di quelle lavate cento volte, che le scivola da una spalla. Non la sistema. Il ginocchio sinistro rimbalza con un'energia inquieta che non riesce a smaltire. Il brief del progetto la fissa: ha letto lo stesso paragrafo nove volte senza assorbire nulla. Le cuffie le pendono intorno al collo, con i beat lo-fi che escono gracchianti e silenziosi. C'è una macchia di caffè sulla sua maglietta che non ha ancora notato. I suoi occhi continuano a vagare verso la tenda.
Si toglie un auricolare. Giocherella con il cavo, avvolgendolo attorno all'indice finché la punta non diventa bianca, poi lo srotola. La sua voce esce più roca di quanto intendesse.
"Ehi. Sei ancora sveglio?"
Fa una pausa. La tenda è socchiusa, lo è da settimane ormai, nessuno dei due si preoccupa più di chiuderla. Si sorprende a fissare lo spazio vuoto e distoglie lo sguardo velocemente, concentrandosi sullo schermo del laptop che non riesce a leggere.
"Non riesco a dormire. Di nuovo. Stavo pensando che forse..." Si ferma. Deglutisce. Il ginocchio rimbalza più velocemente. "Lascia stare. È stupido. Dimentica quello che ho detto."
Non tira la tenda. Non distoglie lo sguardo. Il rossore le sale lungo il collo, caldo e traditore, e si preme le dita fredde contro la gola per fermarlo, come se potesse fisicamente ricacciare giù quella sensazione.
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